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CAPEZZONE: Il dibattito nel Pdl. Un partito leggero e diretto: seguiamo il modello Usa
08 febbraio 2010 ore 15:57
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Ti proponiamo l’intervento di Daniele Capezzone, portavoce del Pdl, pubblicato da “Il Giornale” lunedì 8 febbraio 2010 

E’ davvero importante il dibattito aperto da Sandro Bondi, e alimentato da numerosi altri protagonisti, sulle prospettive del PdL.

Per parte mia, credo che il futuro appartenga ai “partiti americani”: esattamente il modello leggero, non burocratico, centrato sul rapporto diretto tra leader ed elettori, indicato da Silvio Berlusconi. Nei grandi partiti anglosassoni, le cose funzionano proprio così: c’è un leader forte e aggregante; c’è una grande compattezza programmatica su poche ed essenziali questioni (i sei-sette punti che si mettono di volta in volta al centro dell’agenda elettorale, rifuggendo dai “programmi zibaldone”); su tutto il resto, c’è un dibattito vitale animato da think-tank, riviste e centri studi, che cercano di rifornire di contenuti e “software politico” il proprio schieramento. Dopo di che, sul piano organizzativo, diversamente dalla cattiva esperienza italiana, in cui i partiti pensano sempre ad occupare il territorio e la società, le grandi forze politiche anglosassoni sanno muoversi “a fisarmonica”: espandendosi nei momenti elettorali (e conciliando una capillare campagna “porta a porta” con le più sofisticate iniziative mediatiche, dai media tradizionali ad Internet), e comprimendosi ad elezioni terminate, senza nessuna pretesa di dominio sulla vita civile.

Tra l’altro, questo modello ha due grandi vantaggi: il primo è che non consente al ceto politico tradizionale di conquistare un monopolio dell’impegno nel partito, che resta invece apertissimo a chiunque voglia dedicare anche solo una piccola fetta di tempo (magari via Internet) alle proprie idee e alla causa in cui crede; il secondo è che contribuisce a “deideologizzare” il voto, favorendo scelte elettorali più pragmatiche, essenzialmente (e sanamente) legate al giudizio dei cittadini sulla performance dei governi uscenti: “Se hai governato bene, ti rivoto; altrimenti, avanti un altro”.

Sta proprio qui, a mio avviso, il miracolo elettorale costruito da Berlusconi nel 2008, certificato dal rapporto Itanes (edito da “Il Mulino”) sui flussi elettorali di due anni fa: da quella ricerca, emergeva lo spostamento a destra di un 3% complessivo di elettorato che alle elezioni precedenti aveva votato Ulivo (una cosa notevolissima: più di un milione di persone, circa un decimo di coloro che avevano scelto la lista unica Ds-Margherita). Un anno dopo, alle Europee del 2009, un sondaggio Ipsos-Sole 24 Ore ha compiuto un passo ulteriore nel descrivere lo “sfondamento a sinistra” del Pdl, chiarendo che quasi un operaio su due (il 43%) aveva deciso di schierarsi con Berlusconi, circa il doppio di quelli che invece si dichiaravano pronti a votare Pd. Insomma, la figura di Berlusconi ha una capacità speciale di catalizzare consensi, ben al di là dei settori sociali ed elettorali di riferimento: il Premier riesce a conservare i suoi elettori più consolidati, ma anche a convincerne altri che vengono da una diversa storia politica. 

E allora che deve fare il Pdl in vista delle elezioni regionali? Deve “nazionalizzarle”, deve richiamare il senso politico complessivo del voto, deve collegare le specificità proprie dell’una o dell’altra situazione territoriale con i toni e le parole d’ordine di una campagna elettorale che va ricondotta alle realizzazioni e all’attività del governo nazionale. Una maggioranza che ha agito bene su tanti dossier (le emergenze Campania ed Abruzzo, il contrasto alla criminalità, l’ottima gestione della crisi economica, l’avvio di riforme coraggiose - dalla giustizia all’università alla pubblica amministrazione -) dovrebbe richiamarli e metterli al centro del proprio appello al voto. Insomma, non vanno impostate e condotte tredici campagne elettorali, tante quante sono le Regioni coinvolte, ma ne serve una sola.